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VACCINO EFFICACE AL 95%: COSA SIGNIFICA?

Dall’inizio della produzione dei vaccini COVID-19, l’opinione pubblica dibatte sul valore dell’efficacia dichiarata per ogni vaccino approvato e distribuito.

 

Sappiamo che l’efficacia dichiarata del vaccino Pfizer è del 95%, di Moderna è del 94%, di AstraZeneca 76%*. Il vaccino a singola dose Johnson & Johnson, approvato in questi giorni dall’EMA, ha efficacia del 66%

(*Uno studio della rivista Lancet, successivo ai dati sull’efficacia forniti da EMA, rivede il valore del vaccino AstraZeneca all’81,3%)

Ma cosa significano effettivamente questi numeri?

È un valore da spiegare meglio. Il modo in cui le persone comprendono questi numeri influenza il modo in cui pensano al vaccino, e come si comportano dopo averlo ricevuto, il che ha implicazioni per la pandemia su scala più ampia.

Prendiamo ad esempio il vaccino Pfizer.

Un malinteso comune è che l’efficacia del 95% significa che nello studio clinico Pfizer il 5% delle persone vaccinate ha successivamente contratto il virus.
Ma non è vero.
Ciò che il 95% in realtà significa è che le persone vaccinate avevano un rischio inferiore del 95% di contrarre il COVID-19 rispetto ai partecipanti del gruppo di controllo, che non erano stati vaccinati. 

In altre parole, le persone vaccinate nello studio clinico Pfizer avevano 20 volte meno probabilità rispetto al gruppo di controllo di contrarre il COVID-19.

Il valore nel caso di Moderna è lo stesso.

Con il  vaccino di AstraZeneca, efficace intorno all’80%, circa 16 volte in meno.

Con il nuovo vaccino Johnson & Johnson, efficace al 66%, 13 volte in meno.

Per contro, il vaccino contro l’influenza stagionale è efficace tra il 40% e il 60% (varia di anno in anno, a seconda del vaccino di quell’anno e dei ceppi influenzali).
L’efficacia massima del vaccino influenzale stagionale è quindi inferiore al vaccino Covid di efficacia minima*.

(*Il vaccino influenzale ha comunque prevenuto circa 7,5 milioni di casi di influenza negli Stati Uniti durante il 2019-2020, secondo i dati del Centers of Disease control and Prevention).

Quindi, se l’efficacia significa una percentuale in meno di casi di COVID-19, cosa conta come un “caso COVID”? 

  • Pfizer e Moderna hanno definito un “caso” quando in presenza:
    un test COVID-19 positivo più un sintomo lieve (come: febbre, tosse , affaticamento, mal di testa o nausea).
  • Johnson & Johnson ha definito un “caso” quando in presenza di:
    un test positivo più un sintomo medio (come: mancanza di respiro, livelli anormali di ossigeno nel sangue o frequenza respiratoria anormale) o almeno due sintomi lievi  (come: febbre, tosse , affaticamento, mal di testa o nausea).

Importante: è difficile confrontare direttamente l’efficacia tra i vaccini, perché gli studi clinici si sono svolti in punti temporali diversi nella pandemia quando diverse varianti di COVID-19 stavano circolando. Sicuramente la diffusione della variante inglese B117, o altri tipi di varianti, “è un fattore da considerare durante il periodo di prova Johnson & Johnson che non era presente ad esempio durante i test di Moderna” (cit. Baker, virologa Drew University).

Se i vaccini Covid si rivelano molto efficaci nel limitare la probabilità di contrarre il virus, è fondamentale ricordare il loro secondo scopo:
fare in modo che in caso di contagio un persona vaccinata sperimenti un caso lieve, e che non richieda ricovero
.

In Israele (dove all’11 marzo il 44,7% della popolazione ha già ricevuto la seconda dose di vaccino), il Ministero della Sanità riporta come solo il 2,87% dei vaccinati con due dosi ha successivamente sviluppati gravi sintomi. Sempre secondo il Ministero, nessuno dei decessi verificatisi a febbraio ha riguardato pazienti vaccinati.

In conclusione, il valore dell’efficacia di un vaccino quantifica una cosa: la probabilità di non contrarre il virus (da 13 a 20 volte superiore) rispetto a chi non è vaccinato. Ma nel caso una persona vaccinata contragga ugualmente il virus, la probabilità che manifesti sintomi gravi è estremamente bassa, molto inferiore al 5%.

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